Strumento gratuito · 48 controlli · nessuna registrazione
Cosa vedono Google e le AI quando leggono il tuo sito
Il tuo sito è leggibile dalle AI?
Quando ChatGPT, Gemini o Perplexity rispondono a una domanda, spesso vanno a leggere le pagine web nel momento stesso in cui serve. Se il tuo sito dice loro di non entrare, non ti citeranno mai — e non c'è nessun avviso che te lo segnali.
Il blocco si trova in un file di testo alla radice del sito, il robots.txt. Molti siti lo hanno ereditato da un tema, da un plugin o da un consulente che nel 2023 ha scelto di sbarrare la porta alle AI, e da allora nessuno l'ha più guardato. La verifica qui sopra legge quel file e ti dice, uno per uno, chi può entrare e chi no.
Quali crawler delle AI vengono controllati
Quattordici, letti nel robots.txt del tuo sito. Non sono stime: o la direttiva c'è o non c'è, e puoi verificarlo aprendo il file con i tuoi occhi. Hanno mestieri diversi, e la differenza cambia cosa perdi bloccandoli.
Sei leggono le pagine mentre qualcuno sta facendo una domanda
OAI-SearchBot e ChatGPT-User per ChatGPT, Claude-User
per Claude, PerplexityBot, Bingbot per Bing e Copilot,
GoogleOther.
Bloccare questi significa sparire dalle risposte: nel momento in cui serve, il modello non riesce ad aprire le tue pagine. È quasi sempre involontario.
Gli altri otto raccolgono pagine, anche per l'addestramento
GPTBot, ClaudeBot, Google-Extended per Gemini e gli
AI Overviews, Applebot-Extended per Apple Intelligence, Amazonbot,
CCBot, Bytespider, cohere-ai.
Qui la scelta è legittima: c'è chi non vuole i propri contenuti dentro un modello. Sappi solo che stai decidendo, non subendo.
Cosa succede se il robots.txt li blocca
Niente di visibile: il sito funziona, Google continua a indicizzarlo, le visite non calano da un giorno all'altro. Semplicemente, quando qualcuno chiede a un'AI un consiglio nel tuo settore, tu non sei fra le fonti. È un'assenza silenziosa, e per questo dura anni.
Sbloccarli è una riga di testo. La parte difficile è accorgersene.
llms.txt: cos'è e serve davvero
È un file, sempre alla radice del sito, che descrive in forma breve di cosa ti occupi e quali pagine contano. L'idea è dare ai modelli una mappa scritta apposta per loro, invece di lasciarli dedurre tutto dal codice.
Onestamente: oggi non è uno standard riconosciuto e nessuno dei grandi motori ha dichiarato di usarlo. La verifica lo controlla perché costa nulla averlo e potrebbe contare domani, non perché la sua assenza sia un problema adesso. Se qualcuno te lo vende come indispensabile, ti sta vendendo qualcosa.
In che posizione sei su Google
Questa pagina guarda com'è fatto il sito, non a che numero compare fra i risultati. Sono due domande diverse e le tiene separate apposta: qui si scopre perché un sito va male, altrove quanto.
Per la posizione c'è una pagina a sé, che interroga Google per le parole chiave che scrivi tu — in Italia e nella tua città — e risponde in pochi secondi, perché non deve scansionare niente: in che posizione sei su Google.
Se da lì scopri di essere in fondo anche sulle ricerche locali, il motivo quasi sempre è nel sito, ed è quello che i 48 controlli di questa pagina mettono in fila.
Domande frequenti
Il mio sito non compare nelle risposte delle AI: dipende da questo?
Può dipendere, ed è la prima cosa da escludere. Se il robots.txt blocca i crawler dei modelli, il sito per loro non esiste e nessun contenuto potrà cambiarlo. La verifica te lo dice in un minuto, uno per uno. Se invece i crawler entrano, il problema è altrove: contenuti, autorevolezza, o semplicemente il fatto che nessuno ha ancora fatto quella domanda a un modello.
La verifica è davvero gratuita?
Sì. Nessuna registrazione, nessuna email, nessun limite di prova. Se poi vuoi che sistemi io i problemi trovati, quello è un lavoro a pagamento — la verifica resta gratis.
Che cosa controlla esattamente?
Quarantotto controlli in nove gruppi: accesso dei crawler IA, dati strutturati, struttura dei contenuti, indicizzazione, metadati e condivisione, sicurezza e configurazione, peso del codice, e prestazioni reali misurate con Lighthouse.
Da dove vengono i dati sulle prestazioni?
Dall'API PageSpeed Insights di Google, che è Lighthouse eseguito sui server di Google. Sono le stesse misure che vedresti aprendo Lighthouse nel browser, ma su un dispositivo di riferimento uguale per tutti, così i confronti hanno senso.
Perché il punteggio è scomposto?
Perché un numero da solo non dice cosa fare. Ogni controllo mostra quanto pesa, perché conta e come si sistema. Se vuoi sapere da dove viene il tuo punteggio, apri le voci: c'è scritto.
Perché su alcuni siti l'analisi non parte?
Il criterio è uno solo: il robots.txt. È il file con cui un sito dichiara chi può scansionarlo. Se vieta la scansione, lo strumento si ferma e te lo dice — anche se tecnicamente potrebbe proseguire.
Diverso è il caso di una protezione anti-bot che risponde 403 a qualunque richiesta il cui User-Agent non sia un browser conosciuto. Quello non è un controllo di accesso ma un filtro grossolano su una stringa informativa, e se il robots.txt consente la scansione l'analisi prosegue presentandosi come un browser. Quando succede il report lo scrive in cima, perché è una scelta e va dichiarata.
Se nemmeno così si passa — capita quando il blocco è sull'origine della richiesta — la velocità viene misurata lo stesso da Google, e per il resto scrivimi.
Cosa non riesce a controllare?
I siti che costruiscono i contenuti con JavaScript dopo il caricamento, perché viene letto il codice servito dal server. E la visibilità effettiva su ChatGPT o Perplexity, che richiederebbe di interrogare i modelli a pagamento. Meglio dirlo prima che scoprirlo dopo.
Perché ho scritto un altro strumento di verifica
Gli strumenti che analizzano un sito ci sono già, sono gratuiti e sono fatti bene. Ne ho usati parecchi. Il problema è arrivato quando ho provato a usarne uno sul mio sito, e poi su quello di un cliente, e mi sono accorto che dicevo grazie per un elenco di cose che in buona parte non erano vere.
Un caso concreto, di pochi giorni fa. Uno strumento molto conosciuto mi segnala, in rosso e come problema prioritario: manca lo schema LocalBusiness. Vado a controllare nel codice: c'era, su tutte e centoquarantaquattro le pagine, insieme all'indirizzo, alle coordinate e agli orari. Lo stesso report diceva che nella pagina recensioni non c'era il markup Review: c'erano dodici blocchi Review e un AggregateRating. Su dieci segnalazioni, cinque erano false.
Poi ho corretto le cose vere che aveva trovato — perché due ce n'erano — ho pubblicato, e ho rilanciato l'analisi. Stesso punteggio, stesso timbro orario, stessi rilievi: mi stava servendo il report in cache. Tre volte di fila. Nel frattempo un altro strumento dava al medesimo sito 5 su 30 alla voce dati strutturati, mentre nel codice c'erano cinquecentocinquantotto blocchi JSON-LD tutti validi.
Quello che non mi torna negli strumenti in circolazione
Il punteggio non si può verificare
Ti danno 72 su 100 e non c'è modo di sapere da dove viene quel 72. Quali controlli lo compongono, quanto pesa ciascuno, quali hai passato: non è scritto da nessuna parte. Quando un cliente mi chiede perché il suo sito prende quel voto, l'unica risposta onesta sarebbe "non lo so". Per questo qui ogni singolo controllo mostra i suoi punti, e sotto c'è la tabella completa: se sommi le righe, ti torna il totale.
Analizzano una parte del sito e parlano di tutto
La versione gratuita si ferma quasi sempre a cinquanta pagine. Poi però le conclusioni sono scritte come se riguardassero il sito intero. Se un difetto sta su una pagina che non è stata letta, non esiste; se una pagina fuori dal campione era l'unica messa male, non lo saprai. Qui il limite è duecento pagine, che è comunque un limite — ma il report dice sempre quante ne ha lette davvero, e quando un controllo non passa dice su quante pagine intervenire, non una percentuale da interpretare.
Misurano cose che non possono misurare
Le sezioni più appariscenti sono quelle che mettono in fila i loghi di ChatGPT, Gemini, Perplexity con un punteggio accanto a ciascuno. Sembra che qualcuno abbia chiesto qualcosa a quei modelli. Non è così: sono formule interne vestite da marchio, perché interrogare davvero un modello costa a chiamata e nessuno lo fa gratis. Qui quella sezione non c'è. C'è invece l'elenco dei crawler dei motori IA, uno per uno, con scritto se il tuo robots.txt li lascia entrare — che è una cosa verificabile, e che sorprendentemente parecchi siti hanno bloccata senza saperlo.
Come vorrei che fosse fatto uno strumento del genere
Faccio siti da anni e passo più tempo a smontare diagnosi sbagliate che a sistemare problemi veri. Un buon strumento, per come la vedo, dovrebbe rispettare tre cose.
Deve leggere, non stimare. Scaricare le pagine, aprire il codice, contare. Se dice che manca una cosa, quella cosa deve mancare davvero, e tu devi poterlo controllare in trenta secondi aprendo il sorgente della pagina. Un rilievo falso costa più di dieci rilievi mancati, perché ti fa perdere un pomeriggio e ti insegna a non fidarti nemmeno di quelli giusti.
Deve dire cosa fare. "Migliora la citabilità dei contenuti" non è un'indicazione, è un modo elegante di non dire niente. Ogni voce qui ha scritto perché conta e come si sistema, con i nomi delle cose: quale direttiva nel robots.txt, quale attributo nel tag, quale intestazione HTTP. Se poi decidi di farlo da solo, hai tutto quello che serve.
Deve distinguere un problema da una rifinitura. Se un controllo manca su una pagina su duecento, non è un allarme: è un suggerimento, e resta verde. Quando tutto è colorato di giallo il giallo non significa più niente, e si smette di guardare anche dove c'è un guasto vero.
Cosa questo strumento non fa, detto prima
Legge il codice HTML che il server consegna. I siti che costruiscono i contenuti con JavaScript dopo il caricamento li vede in parte, perché quello che appare dopo non c'è nel codice servito — vale per molti siti fatti con framework moderni, non per WordPress né per i siti statici.
Non misura se il tuo sito viene effettivamente citato da ChatGPT o Perplexity oggi. Quella è una domanda diversa, richiede di interrogare i modelli, e chi te la vende a zero euro te la sta stimando.
La velocità invece è misurata sul serio: arriva da PageSpeed Insights di Google, che è Lighthouse eseguito sui server di Google su un dispositivo di riferimento uguale per tutti. Sono gli stessi numeri che vedresti aprendo Lighthouse nel tuo browser, ma confrontabili fra siti diversi.
E se il punteggio esce basso
Buona parte di quello che il report segnala puoi sistemarla da solo, seguendo le istruzioni di ogni voce. Le intestazioni di sicurezza sono quattro righe di configurazione, i livelli dei titoli si correggono nel template, la sitemap la genera il tuo CMS se sai dove spuntarla.
Quando invece il punteggio è basso su tutti i fronti insieme — dati strutturati assenti, pagine lente, codice pesante — di solito non è un problema di configurazione ma di come è costruito il sito. Lì rattoppare costa più che rifare, e finisce che spendi due volte. Io realizzo siti statici veloci e senza manutenzione, faccio migrazioni da WordPress mantenendo contenuti e posizionamento, e siti per allevamenti con schede riproduttori e gestione delle cucciolate. Se vuoi capire come mai un sito WordPress diventa lento con il tempo, ne ho scritto nel blog.
Se hai lanciato l'analisi e non capisci una voce, o se pensi che lo strumento abbia preso un granchio, scrivimi: nel secondo caso mi interessa più a me che a te. Questo strumento l'ho scritto perché mi stancavo di verificare a mano le diagnosi altrui — se sbaglia anche lui, voglio saperlo.